mercoledì 19 novembre 2014

La goccia sulla bottiglia


La goccia aggrappata al bordo della bottiglia trattiene il fiato ascoltando il tutto. Ascolta i rumori nella gente del ristorante, sente il freddo del vetro, sente il liscio del bordo a cui si aggrappa. Non sa come sia finita in quel posto né da dove venga. Potrebbe essere un goccia  sfuggita nel versare il liquido nel bicchiere, potrebbe essere condensa dell'aria aggregata in un punto, ma potrebbe anche essere lo sputo di un cameriere. Non importa, ciò che importa è che essa è. E' li ed è lei, e sente, e resta sospesa per un tempo indefinito. I sensi funzionano e lei accoglie le sensazioni dentro di sé. Io ho un blocchetto di piccoli fogli carta che sono l'archivio storico del mio umore, delle mie ansie e serenità. Sono l'appunto delle mie proiezioni e del mio rintanarmi. Il blocchetto non ha parole e ma solo scarabocchi: linee curve e rette, punti, trattini, tutti di vari colori. Sono un codice che io so leggere, e forse anche gli altri se sapessero che quel libretto è qualche cosa che si può leggere. E' un linguaggio semplice eppure non percepibile, come la voce di una goccia sul bordo di una bottiglia. Ascoltiamo.


Foto: Lago di Verbania, ottobre 2014.

venerdì 26 settembre 2014

Ciao



Margherita fissava dalla finestra il postino varcare appena la soglia del cortile per depositare la posta. La pelle bianca in contrasto con il nero dell'uniforme risaltava sotto il sole di mezzogiorno benché mezzo viso fosse protetto dall'ombra del berretto, una mano in tasca e l'altra fugacemente fece passare una lettera di color verde tenue nella cassetta violentemente rossa delle lettere. Il colore della busta annunciava un invito a qualche rituale festa per i genitori, un richiamo alla leva degli adulti arruolati nell'esercito del corretto comportamento sociale. Non si mosse per andare a prenderla tanto non era per lei. Fino a qualche settimana prima si sarebbe buttata come una donna in fuga da un incendio, giù per le scale, diritta in salotto, lungo il vialetto per prenderla. Avrebbe strappato con i denti la busta e l'avrebbe letta d'un fiato mentre rientrava lentamente, un'altra volta l'avrebbe riletta sulle scale, un'altra volta al tavolino e decine di altre finché non le fosse venuta l'ispirazione per la risposta. Ma questo valeva solo per le lettere di Oliver. Da due anni era iniziato questo fitto scambio di lettere, quasi quotidiano, tanto che un possibile ritardo poteva mettere in allarme sia lei che il postino. Aveva iniziato lei rispondendo ad un suo annuncio sul giornale, l'aveva intrigata l'idea di dialogare, anzi chiacchierare, con uno sconosciuto lontano che mai avrebbe incontrato, per promessa fatta a sé stessa. Racconti, pettegolezzi, giochi di parole, commenti sulla cronaca, confidenze, di tutto si erano scritti, in un dialogo che sembrava inesauribile. Poi all'improvviso cadde il silenzio, dopo una lettera di lei, non più lunga o più breve, non più densa o leggera, delle altre. Ne scrisse un'altra, poi un'altra cambiando il colore della busta, ma non arrivò più nessuna risposta. Lui le aveva scritto in passato di un momento difficile, forse una malattia, ora un ombra si faceva largo dando corpo ad un presentimento, come un fumo nero che invade una stanza. Restava nelle ore libere in una specie di ozio, seduta al tavolino, con i fogli ben ordinati e la penna appena intinta nell'inchiostro. Il polso piegato leggermente lasciava cadere sul foglio qualche goccia azzurra, come se questa volesse sfuggire ed andare a svolgere il proprio compito autonomamente sulla carta. Lo sguardo puntava al cielo, ma non scriveva, pensava. Immaginava di raccontare ad Oliver i suoi pensieri, svolgendoli ordinatamente come se fossero scritti. "Ciao" iniziava e srotolava lettere lunghissime che non scriveva, ma che spediva col pensiero, verso quel mondo non fatto di materia, dove forse lui le poteva ancora leggere.

Foto: Papers, Settembre 2014  ( handwriting base image by aliexpress.com )

lunedì 4 agosto 2014

Sacra Famiglia


Sarebbe rimasto per ore, forse per sempre, a guardare quel quadro. Ci veniva tutti i giorni e tutti giorni si metteva, dopo la funzione seduto sul bordo della panca a guardarlo. L’unico fastidio era lo sguardo fisso del sacrestano che gli si puntava nella schiena come un dito nodoso. Mai una parola, solo quello sguardo opaco, che non lo perdeva di vista un attimo. Cerco di concentrarsi sul dipinto, sulle pieghe del vestito azzurro, sui ricci della barba di San Giuseppe. Nell’uomo raffigurato riconosceva il volto e la corporatura del droghiere dell’angolo più a sud del quartiere, quel vecchietto dal sorriso bonario. Un uomo circondato da cibi e da dolci tutto il giorno, che sorrideva sempre, nonostante quella bastarda bisbetica della moglie e quella cigolante puttanella della figlia: sarebbe stato un padre perfetto, un perfetto Giuseppe. Maria era senza dubbio una delle giovani insegnanti dell’asilo comunale, quello che lui sbirciava dal buco tra il muro e la rete. Lei che cantava con quella voce fantastica, indescrivibile; fantastica anche quando richiamava i bambini per tornare nelle aule. Quando dopo l’ora dei giochi lui era sgattaiolato nel cortile per bere alla fontanella, lei lo aveva visto, ma non aveva detto nulla e non lo aveva cacciato. Sicuramente aveva sorriso anche a lui, come sorrideva generosa a tutti. Si immaginava di essere disteso sul lettuccio e dal quel punto di vista, vedeva sopra di lui i volti degli improbabili genitori. Ne sentiva il profumo, la morbidezza della mano sulla sua fronte, un dolce rumore di voci carezzevoli come sottofondo. Il pensiero correva subito a frammenti di sogno come gite in macchina con la testa fuori dal finestrino ridendo, biciclette rosse in regalo e tavole apparecchiate di piatti fumanti e colorati.
Era ora di uscire, la luce del tramonto gli diede uno schiaffo proprio sugli occhi. Si tastò il panno sporco di benzina nella tasca dei calzoni sudici e voltò le spalle al sole, doveva ritornare dagli altri prima del buio. Incrociò solo una bambina che piangeva, appesa e trascinata dalle mani dei genitori sfiniti. “scema!” penso “sei scema! soltanto una stupida scema!”

Foto: dettaglio della Cattedrale di San Giusto, Trieste