domenica 3 agosto 2014

Tutto bene, grazie


Sandra uscì di casa con il suo dolore al centro del petto. Un dolore che non aveva nulla di cardiaco e di cui conosceva tutto: sapeva da dove veniva, perché era li e che non sarebbe passato. Era una pesante palla chiodata appoggiata sullo stomaco che, ad ogni passo e ad ogni pensiero, ricordava la sua presenza. Sandra uscì con lo sguardo un poco opaco, forse per le lacrime a capolino delle palpebre, forse  per non dover guardare. Avrebbe voluto restare a letto ancora ma era stata distesa troppe ore, e non per sonno, ma per perdersi in quel dormiveglia di fantasie più o meno controllate che potevano creare una realtà alternativa, o tante realtà alternative, ma che tutte finivano nell’orbita di quel dolore. Camminando, incontrando gente più o meno conosciuta, si chiedeva se la gente leggesse nel suo volto la presenza del dolore e se dissimulasse la scoperta. Avrebbe voluto urlare ma non se la sentiva nemmeno di parlare. Descrivere a qualcuno quella cosa sarebbe stato impossibile, le parole avrebbero banalizzato il suo dolore come un “piccolo normale accadimento” della vita oppure come “una piega del suo carattere”, al limite come un po’ di “esaurimento nervoso”. Non poteva tollerare una risposta che includesse che le fosse la vittima predestinata di una crudeltà universale. Eppure lei sentiva il suo dolore come il più grande di tutti, e le prendeva il panico nel pensare che non sarebbe mai passato. La frustrazione che nulla poteva per evitarlo. Come la vittima innocente di un accanimento di cui non si conosce la causa né la motivazione, come un gatto torturato da un gruppo di bambini, o un gruppo di bambini bombardati per chissà quale volere di necessità superiori. Ogni persona che incontrava, lo sapeva bene, aveva la sua croce, pesante, terribile, intima, ma in quella folla di portatori di croci lei si sentiva persa impossibilitata a vedere una via d’uscita. Non poter sperare in un dio, in un farmaco, in un aiuto esterno era la conferma di una specie di predestinazione allla sofferenza che aveva colpito solo lei ed era stata costruita solo per lei. Un immenso teatro che contenesse l’umanità, un piccolo palco con sopra lei e il suo  dolore. Eppure c’erano stati giorni in cui quella sensazione era scomparsa, proprio dimenticata, vederla riapparire così in un istante era l’evidenza del sadismo della vita. Le aveva dato tregua per farla soffrire di più, per sconfiggerla proprio quando lei si sentiva di aver vinto. Camminò molto, con un passo svelto e nervoso, quello di chi sta andando in posto per fare una certa cosa, e non ha interesse in ciò che incontra sul percorso, come se la distanza tra la partenza e l’arrivo fosse solo un necessario impiccio da superare alla svelta. Cammino molto e arrivò alla fine della strada; non c’erano cartelli né segnali particolari ma era evidente che era arrivata alla fine della strada.

Foto: Trieste, 2014

venerdì 1 agosto 2014

Non m'è dolce naufragar benché questo mar…


Se dovessi abbandonare la mia città per un’altra scegliendola liberamente, forse andrei a Venezia. Il perché è difficile, ma per lo più è una questione di pelle, di spazi, di pieni e di vuoti. Forse anche di infinita precarietà. Un po’ perché non ci sono auto e le città pedonali sono attraenti. Trieste è una di queste: abbastanza pedonale, senza parcheggi e quindi respingente per le auto, con il mare. Il mare è tutto un altro capitolo: per me è come il fuoco, lo guaderei con timore per ore. Così come non mi addormenterei vicino ad un fuoco, credo, che non potrei nemmeno addormentarmi vicino al mare. Lo sento vivo, come un unico corpo immenso e  animalesco. Non posso fare a meno di fissarlo. Se abiti in una città con il mare e non hai nulla da fare puoi sempre andare a guardarlo, sarà uno spettacolo sempre nuovo, immenso e un po’ interiore, meglio di ogni televisore. Io non ho né televisore né caminetto, sento il desiderio di un mare da guardare. Si dice che i marinai non sappiano nuotare e potrebbe essere una romantica soddisfazione. Oggi ho comprato un libro sul Mediterraneo, un bel abbinamento tra il mare e una vecchia edizione che raccoglie articoli di un secolo fa. E un libro su Lisbona, anch'essa piccola e fragile, sul mare. E la guida per il Messico. In fondo il fuoco e il mare hanno in comune il continuo rimestare della loro materia; anche quando sembrano immobili, si muovono continuamente, come se fossero sempre insoddisfatti o in cerca di qualche cosa. Ora che ho svuotato la valigia guardo il contenuto sparso, come fosse una radiografia, chissà che non riesca a capirmi.


Foto: dettaglio dal Molo Audace, Trieste, Luglio 2014

martedì 3 giugno 2014

Invertigine


Guardare dal basso verso l’alto un monte immenso, un albero maestoso, un imponente edificio, ed immaginare di salirci. Immaginare, senza provarci, di sentire lo sforzo dei muscoli che ti tirano su metro dopo metro. Immaginare la temperatura dell’aria e la forza del vento cambiare, sentire il sole farsi più caldo perché vicino. Immaginare la gravità che si fa prima opprimente e poi lieve come un amano che vorrebbe trattenerti al suolo ma poi ti lascia andare ritirandosi. Immaginare il dolore dei polpastrelli uncinatii alla materia, la pelle graffiata, e goderne. La fatica viene sempre ristorata dalla visuale conquistata, dall’orizzonte nuovo, dal diverso punto di vista. Pensi che ne è valsa pena arrivare sudati così in alto? Si poteva rimanere a terra ma si avrebbe ignorato tuto questo, non avremmo visto quello che stiamo vedendo e vorresti urlarlo a tutti “salite pazzi! salite! non aspettate...”. Il cuore dopo un po’ si calma, il sudore si asciuga e inizia a fare freddo; quello che era un punto di vista nuovo diventa familiare, diventa un punto di vista tra i tanti. E’ ora di scendere. Ma perché rischiare? Magari cadere e sfracellarsi al suolo? Potremmo restare qui ancora un poco. Guardare dal basso verso l’alto e immaginare, non fare un solo passo, ma immaginare tutto e non muoversi. “Tra il primo pensiero d’una impresa terribile, e l’esecuzione di essa, (ha detto un barbaro che non era privo di ingegno) l’intervallo è un sogno, pieno di fantasmi e di paure.” Ha detto un Alessandro Manzoni citando il Giulio Cesare di William Shakespeare.


foto: Trapped, giugno 2012