lunedì 11 aprile 2011

Marrakech


Tutto quello che si dice su Marrakech è vero. Almeno tutto ciò che riguarda il caos, i souq, la piazza e il clima. Questa città nata da un accampamento ha mantenuto un forte sapore di deserto, forse per le strade polverose, forse per la facciate rosa delle case, forse per quel senso di disordine e precarietà. Però se si vuole fare un’esperienza degna dei migliori diari di viaggio si deve entrare in Medina, perdersi nei souq e cercare di ritrovare la strada per casa. I venditori non sono invadenti, lo sono un po’ i ragazzi che si improvvisano guide, tenaci nel chiedere una mancia ma mai aggressivi. Attraversando i souq da nord a sud arriverete alla piazza. Basta questo nome: la piazza, the square, la plaza. Perché tutto succede qui, tutti vengono qui, tutti sono qui, tutte le sere tutta la sera. Si potrebbe stare per ore a guardare la folla muoversi nella piazza, tra le bancarelle e i fumi delle braci, tra i narratori di storie e di prediche, i serpenti, le scimmie e le altre attrazioni. Come quando si guarda il mare: benché sia sempre lo stesso non è mai uguale. La religiosità esposta e pervasiva, la forza della parola sono evidenti in questa città e in questa cultura. Gli abitanti ascoltano incantati i predicatori e i narratori di storie, tutti spremono il massimo che possono dalle parole di tutte le lingue che conoscono. E’ una città che non mi assomiglia, forse è la più lontana da me tra quelle che ho visitato, ma potrebbe intrappolarmi se le lasciassi il tempo di convincermi che tutta quella confusione non fa male ma è il risultato di tanta storia e tanta umanità che cerca di vivere assieme nel migliore modo possibile. Sì forse potrei lasciarmi incatenare in un giardino al profumo di tè alla menta.


foto: La narratrice, Marrakech, 8 Aprile 2011. Le altre sono qui.